Ars Electronica 2004 Reportage (2). Derrick
de Kerckhove
Simona Caraceni
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Derrick de Kerckhove ad Ars Electronica 2004. Foto: Rubra
Derrick de Kerckhove è stato relatore nel primo
panel delle conferenze di Ars Electronica 2004, “Topia”,
dedicato ad una retrospettiva degli ultimi 25 anni negli ambiti
dell’arte,
delle tecnologie e della società. Intenso, inventivo ed
audace come sempre nei suoi interventi. Noema l’ha intervistato.
Simona Caraceni (S.C.) Volevo fare alcune domande
su una pubblicazione che in Italia è uscita
parecchio tempo fa, e cioè La
civilizzazione video cristiana.
Questo è un momento storico molto
particolare. Ci troviamo a vivere in un mondo occidentale che,
prevalentemente a causa della guerra, pone l’accento sulla
sua diversità, e questa potrebbe essere rappresentata
dalla religione, da un “essere cristiano”, contrapposto
ad un nemico invisibile islamico, in cui la religione è fortemente
compenetrata con la vita quotidiana. L’Occidente ha sviluppato
nei secoli una forte dimensione mediatica, esemplificata da quella
che nel suo libro lei chiama la figura del “Papa mediatico”,
in cui religione e valori della civiltà mediatica si vanno
a compenetrare. Come si può ipotizzare oggi un incontro
fra le due civiltà, considerando che la civiltà islamica
ha scoperto da poco la dimensione mediatica, il video, pensiamo
ad Al Jazeera?
Derrick de Kerckhove (D.d.K.) Più che
scoprirlo, la civiltà islamica è già diventata
esperta della mediaticità. Io credo che tutta la preparazione
dell’11 Settembre sia opera di un genio mediatico: è stato
un evento di portata eccezionale, i media sono stati fondamentali
e portati al loro massimo grado di espressione possibile, enormemente
più efficaci di qualunque cosa possa mai aver pensato
o ideato l’Occidente mediatico. E’ stata una sorta
di vendetta del mondo oppresso dai media prevalentemente americani,
qualcosa di molto simile all’arte della guerra dei paesi
dell’Estremo Oriente.
S.C. E come può l’Occidente reagire a questa vendetta
mediatica?
D.d.K. McLuhan, in occasione dell’assassinio
di Aldo Moro, invitato in Italia diceva: “Staccate la spina.
Non parlate più di questo”. Ma ciò oggi è impossibile:
non si può più staccare la spina.
S.C. Ed allora che fare?
D.d.K. Iniziare a pensare ad una forma di responsabilità globale
dei media, una forma di raffinamento delle notizie e del news-making per
equilibrare l’informazione. L’esempio più recente
di qualcosa di simile, non più un esperimento in vitro, è la
caduta di Aznar. Quando Aznar con l’aiuto dei media diceva
che l’ETA era responsabile dell’attentato al treno,
e non era così, lui è caduto immediatamente,
e questo è un
segnale: la correttezza, la virtù dei media adesso conta
come una reale e vera forma di credibilità e di affidabilità.
C’è una responsabilità nuova che hanno
i media, non più su un piano morale ma anche su un piano
economico. I media che sbagliano o che affermano il falso non
vengono più presi
in considerazione. Chi crede più ormai a National
Enquire o ai paparazzini, non più paparazzi
ma paparazzini, “paparazzetti” dell’informazione?
Io credo fortemente alla grande importanza della credibilità,
e questo è un grosso valore nel mondo della comunicazione,
che è vicina ormai alla cognizione. L’attenzione
dello spettatore è puntata sulla trasparenza, che è una
condizione della natura elettronica. E la trasparenza deve
permanere in un mondo di comunicazione ambientale, come quello
in cui oggi
siamo immersi. Vuol dire che la trasparenza sarà in
futuro più che mai critica ed importante.
S.C. Cosa accadrà per lei in futuro?
D.d.K. Io penso anche che la situazione si autoregolerà.
Viviamo nel tempo della società dell’informazione,
e questa situazione sarà temporanea, non permanente.
Non siamo ancora arrivati allo stadio ultimo dell’informazione.
La fine dell’elettricità a causa di una bomba
atomica è ancora
una condizione possibile per questa era, e la notizia di
stamattina in cui i russi, come sempre, hanno attaccato la
scuola (l’intervista è stata
realizzata il giorno della strage nella scuola di Beslan,
nell’Ossezia del Nord, n.d.r.),
che è una cosa spiccatamente russa per modo di difendersi
dagli attacchi, però anche possibile. Vuol dire che
la violenza continua ad essere perdente, ma fino a quando?
Questa è la
domanda.
S.C. McLuhan sosteneva che i media elettrici enfatizzano,
seppur secondariamente, una comunicazione tribale. Volevo
porre la
sua attenzione alla comunicazione nei telefoni cellulari,
che enfatizzano
invece nuovamente la scrittura, le forme di comunicazione
interpersonale scritte come gli SMS.
D.d.K. Hai ragione col dire che gli SMS stanno
riportando la società ad
una forma di comunicazione scritta, però questa è una
scrittura semi-orale, è una scrittura sul momento,
contestualizzata, non è una scrittura come quella
del libro, che rallenta: è una
comunicazione quasi orale. Questo per me è molto interessante.
Vediamo nella comunicazione degli SMS una pubblicazione,
un’oralità ed
un archivio. Una forma di comunicazione che ha a tutti gli
effetti tutte le qualità della scrittura e tutte le
qualità dell’oralità,
come un’ibridazione delle due, ma che ha anche una
diversità.
Quasi come il blog.
S.C. Anche se gli SMS hanno indubbiamente qualità di
leggerezza e di portabilità che il blog non può avere...
D.d.K. Certo, ed il tipo di linguaggio è differente;
il T9 apporta una forte innovazione. Il codice e le pratiche di
condivisione
e di patto comunicativo sul codice grazie al T9 si azzerano,
per una maggiore velocità della comunicazione.
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